Three lights at the end of the world

Il primo cd di questo progetto italiano di musica elettronica / cosmica.

Ricevo dall'Italia un pacchetto di cose da recensire per Deep Listenings; mi colpisce subito una bellissima copertina che porta un nome stranissimo e sconosciuto- Oophoi- e un titolo tanto misterioso da spingermi subito all'ascolto. Subito una potente spirale elettronica scandaglia la mia spina dorsale: "Floating through the gates of time" e' cosmic music profonda che avvolge con un impeto raro e contiene le voci e i rumori di alieni in volo. Un'incredibile partenza. Il secondo brano, "Space forest part 1: distant monastery", e' una suite di circa 50 minuti divisa in due parti (la seconda chiude il disco) che descrive una foresta dove uccelli dal canto stranissimo coabitano con rumori misteriosi; sulla minimale piattaforma sonora si innestano meravigliosi e dissonanti flauti Lakota che mettono i brividi, e, ad un certo punto, le percussioni e le voci di monaci in preghiera, che estendono il senso di soprannaturale. Non sembra una foresta di questa terra, piuttosto sembra una foresta in viaggio nello spazio, con destinazione ignota. "Space forest" e' una scia di suoni che si stratificano, che cercano un'interlocutore, che si proiettano nell'etere, "un monumentale lavoro di ambient rituale che illumina le propaggini di un mondo di profonda meditazione", come scrive a ragione Stefano Musso, produttore del Cd, nelle note di accompagnamento. Lo stesso Musso, come Alio Die, partecipa in "Cave ritual" con campionamenti di contorno: e' un brano con percussioni tribali, ronzii elettronici subliminali, voci trattate, un rito iniziatico verso un mondo remoto. Irresistibile e commovente la melodia di "The chamber of dreams", loop di suoni struggenti e ancora di volatili sconosciuti e inquietanti dedicato al grande regista russo Andrej Tarkovski; peccato che il brano sia corto, avrei potuto ascoltarlo per ore. Con la seconda parte di "Space forest" il suono conduce verso uno stato naturale di estasi: una base elettronica ipnotica, da sleep concert, suoni di tibetan bowls, cymbals e flauti, e un meraviglioso richiamo di un waterphone che insiste in tre note che sono come un segnale dal cosmo, una preghiera acustica che mi ha ricordato"incontri ravvicinati del terzo tipo". Questa magica suite senza tempo fa di "Three lights at the end of the word" un concept album notevolissimo, una sorpresa ed una rivelazione, soprattutto se pensiamo che e' l'opera prima di un non-musicista.

Brian Simorgh / Deep Listenings spring summer 1996