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Il seguente articolo
di etero genio (tratto dal sito www.sands-zine.com) fa il punto su che cosa sia un reportage sonoro. Con l'evolversi della
musica ambient l'utilizzo di fonti registrate ambientali (siano esse rumori
d'ambiente o altro ancora) si è diffuso oltre ogni limite. Certi
musicisti ambient (o per dirla alla Brian Eno, "non musicisti")
vivono di questi "innesti" sonori e
si distinguono proprio per il sapiente uso che ne sanno fare imprimendo
nei loro lavori un marchio di fabbrica. Questi artisti sono forse dei "reporter sonori"?
Arredatori di ambienti? Cos'altro? Cos'è una musica per ambiente, un paesaggio
sonoro, una colonna sonora? E' il caso di fare un po' di chiarezza e di
comprendere di come la manipolazione del suono implichi addirittura la filosofia dell'ascolto.
Reportage sonoro di
etero genio (tratto da www.sands-zine.com)
Innanzi tutto, cercherò
di definire cos’è il reportage sonoro, come può essere delineato
e delimitato?
(…) Direi che si può
parlare di reportage sonoro, quando viene registrato un evento, una
situazione, il suono di un ambiente, senza che ci sia nulla di 'procurato'.
Se uno tira dei sassi nell'acqua per registrarne il suono, o invita
altri a farlo, c'è già della sperimentazione e quella registrazione
non può essere considerata un reportage sonoro. La registrazione di
bambini che giocano spontaneamente a tirare sassi nell'acqua, viceversa,
è una forma di reportage sonoro. Da queste prime parole
si può già intendere come esistano ampi margini di contraffazione.
Tutti hanno presente,
credo, "Il Postino" di Massimo Troisi: quando il
protagonista va in giro per l'isola a registrare dei suoni da inviare a
Neruda, sta facendo, in linea di massima, del reportage sonoro. L'unico
momento in cui registra una situazione contraffatta, quando invita il
prete a suonare le campane, viene punito per questo dalla goffaggine del
prete stesso, che ad un certo punto s’inserisce nella registrazione
chiedendo se può bastare o deve continuare a suonare, ecco che, per chi
ascolterà la registrazione, la contraffazione è svelata… oddio, non
credo che Troisi abbia girato quelle scene sottintendendo questo, ma
esse si adattano lo stesso, e perfettamente, all’argomentazione che
sto cercando di mettere in piedi. Un’intervista, quindi, non può essere
considerata come reportage sonoro, mentre la registrazione di voci che
parlano in libertà di un qualsiasi argomento lo è. Un caso classico di
reportage sonoro che tutti conoscono, anche se non è mai stato
interpretato come tale, è la colonna sonora del film Woodstock, vale a
dire la registrazione di un evento, quale fu quel raduno, abbastanza
particolareggiata da mostrare anche momenti legati allo staff
organizzativo e al pubblico presente, oltre che all'aspetto principale
del festival, cioè ai concerti. Solitamente c’imbattiamo nel
reportage sonoro inteso come elemento subordinato, e quindi non
particolarmente curato, ad altri tipi d’inchiesta, in particolare a
quella cinematografica o televisiva.
Il reportage sonoro,
quindi, non va confuso con concetti quali colonna sonora, musica per
ambienti, paesaggio sonoro, musica ecologica e antropologia sonora.
Seppure, in realtà, può essere tutte queste cose, non è detto che
debba esserlo obbligatoriamente, come non è detto che una di esse debba
essere forzatamente un reportage sonoro.
La 'colonna sonora'
serve ad accompagnare delle immagini, reali o virtuali, indi perciò la
stragrande maggioranza dei reportage sonori si caratterizza come tale,
ma non sempre e, soprattutto, non è vero il contrario, vale a dire che
la maggioranza delle colonne sonore sono dei reportage.
Si parla di 'ecologia sonora' allorché i
suoni vengono prodotti con oggettistica di tipo naturale, vale a dire
esistente in natura, ciò porta a identificarla, addirittura nella sua
forma più pura, con il reportage. Nulla di più falso, poiché
registrazioni riprese in una zona di guerra, in una strada molto
trafficata o all’interno di un grande complesso industriale sono tutto
fuorché esempi di ecologia sonora. Un ensemble come l’Animist
Orchestra, invece, che fa musica utilizzando pigne, conchiglie, penne
d’uccello e altri oggetti trovati in natura, pur facendo una musica
ecologica non produce nessun tipo di reportage.
La musica 'ambient'
è pensata come forma d'arredamento, laddove il reportage può o no
adattarsi a questo scopo, e, in linea di massima, è suonata su
strumenti di tipo elettronico. Il reportage è, più che una musica per
ambienti, una registrazione d’ambienti, e se può sicuramente
funzionare come arredamento non volge quasi mai nella direzione
caldeggiata dai fautori di quel tipo di musica.
Il 'paesaggio sonoro' dovrebbe, almeno nelle intenzioni,
evocare una situazione paesaggistica, e anche in questo caso situazioni
ed elementi diversi possono combinarsi e combaciare. Fatto sta che il
paesaggio sonoro, nella maggioranza dei casi, viene disegnato
strumentalmente oppure attraverso una mescolanza fra gli elementi
strumentale e concreto.
L’'antropologia
sonora' è una forma di studio e di ricerca che sovente utilizza
eventi procurati, l'antropologo che va nel luogo della ricerca e invita
a cantare le canzoni tradizionali procura quell’evento, ma anche in
questo settore esistono possibilità di collisione con il reportage allo
stato puro.
Tutte queste forme,
quindi, possono fare uso (o essere esse stesse), ma non necessariamente,
reportage sonoro. Di conseguenza il reportage sonoro può essere anche
una, o più d’una contemporaneamente, di queste forme. Ma, soprattutto, il
reportage sonoro lo puoi trovare, occultato, dove meno te lo aspetti.
Vedi, ad esempio, la discografia di Kaffe Matthews sulla sua etichetta
Annette Works. Non è forse un tipico esempio di reportage sonoro
applicato? La Matthews è essenzialmente una musicista live, e nei suoi
dischi non fa altro che montare spezzoni di registrazione tratti dai
vari concerti, ecco che, messa in fila, la sua produzione discografica
non rappresenta altro che un reportage sulla sua attività
concertistica.
Permettete, adesso, un
intermezzo divertente a proposito della contraffazione. Il canadese
Michael Snow, nel 1997, ha pubblicato un disco intitolato "The
Last LP" che, all’apparenza, sembra una raccolta di
registrazioni musicali effettuate presso antiche culture da un
fantomatico antropologo russo. In realtà Snow ha registrato tutto da se
utilizzando oggetti di vario tipo e, nelle note allegate al disco,
fornisce gli elementi necessari a svelare l'inganno. In ogni modo, la
sua opera di contraffazione è piuttosto credibile. Certo, l'orecchio
dell'esperto capisce subito che si tratta di contraffazione, ma quello
del profano può cadere nell'inganno, così come per un buon vino, dove
l'esperto riesce a distinguere falsificazioni che il profano non
afferra. Emilio Salgari non descrisse forse appassionanti storie di
pirati e mondi esotici senza essersi mai mosso da casa? E Arthur Conan
Doyle non ambientò "The Lost World" nei Tepuy
venezuelani senza averli mai visti? Ed entrambi risultarono più che
credibili. Un elemento che può aiutare a scoprire dove c'è
contraffazione, chiaramente, è la grana della stessa, tanto più sarà
fine tanto più sarà difficile da smascherare.
Accanto alla possibilità
del reportage sonoro spurio esiste quella di forme impure, in pratica
mescolate ad altri elementi. Penso che in tali situazioni si possa
parlare, o no, di reportage sonoro quando il fine e l'elemento
predominante sono diretti in tal senso. D’altra parte, in tutte le
manifestazioni sonore, è ormai molto difficile trovare categorie
musicali - rock, elettronica, jazz, musica concreta, ecc. – in forma
non contaminata (ammesso, e non concesso, che questo sia mai stato
possibile). In ogni caso, fra tutte
le situazioni possibili, la più frequente sembra quella di forme che
non possono essere considerate reportage sonoro, ma ne contengono degli
elementi. Su quest’argomento ritorneremo, più approfonditamente, in
seguito. Ancor più difficile è individuare
'musicisti' che fanno solo del reportage sonoro e dischi che contengono
solo questa forma espressiva.
Abbiamo introdotto, però,
un altro concetto, quello di musica concreta. Il reportage sonoro
è la 'musica concreta'? Direi di no, in pratica il reportage sonoro, in
linea di massima, è musica concreta, mentre la musica concreta può
essere anche qualcosa di diverso da esso. Se vengono registrate delle
voci, e/o dei suoni ambientali, da utilizzare in una composizione che,
però, è aliena a ciò che quei suoni rappresentavano in origine, si può
parlare di musica concreta ma non di reportage sonoro. La musica
concreta propriamente intesa, quindi, è una composizione in cui sono
usate registrazioni di suoni naturali, spontanei o procurati, che
possono perdere completamente il legame con la loro origine per essere
funzionali unicamente alla composizione stessa. Detto ciò, non è pensabile d'ignorare l'importanza che i
padri della musica concreta hanno avuto nello sviluppo del reportage
sonoro, sto parlando dei vari allievi di Pierre Schaeffer come di tutti
gli odierni esperti di 'field recordings', che hanno avuto nel quasi
omonimo R. Murray Schafer un rigoroso maestro e teorico (il suo testo "A
Sound Education" è fondamentale). Comunque le prime forme
di reportage sonoro sono indubbiamente antecedenti alla definizione di
musica concreta, e possiamo individuare gli avvenimenti che hanno avuto
maggiore importanza per la sua affermazione nelle invenzioni del
microfono e dei sistemi di registrazione su nastro magnetico.
A questo punto qualcuno
si sarà già posto le domande: Ma questa cosa, prendere un
registratore, dei microfoni e andare in giro a registrare, è una cosa
che chiunque può fare? Che senso ha? Dov'è l'intervento dell'autore?
Fermi là, soprattutto riguardo al chiunque lo può fare, e introduco un
nuovo elemento che presenta aspetti piuttosto simili al reportage sonoro
e mi permette così di tracciare dei confronti piuttosto chiarificatori,
mi sto riferendo al reportage fotografico. Prima, però, permettete un
breve appunto. Chiunque lo può fare? E anche se così fosse? Anche
l'atto di prendere in mano una chitarra, e strimpellarla, chiunque lo può
fare e, quindi, mi sembra che la questione non stia, tanto, nel chi ma
nel come. Io ho una macchina
fotografica e mi piace viaggiare, quindi m'è successo piuttosto
frequentemente di realizzare dei piccoli reportage fotografici. Qualche
volta sono anche riuscito a scattare qualche bella foto ma, se
paragonata a quelle dei maestri che si vedono su libri o giornali era,
non voglio dire una schifezza, ma sicuramente materiale dilettantesco e
non concorrenziale. Una volta non c'è la luce giusta, un'altra la messa
a fuoco lascia a desiderare, lì l'inquadratura è di cattivo gusto, là
non c'è sincronia con l'azione del soggetto fotografato e, quindi,
l'attimo importante non è stato colto… non voglio dire che queste
carenze non dipendano da una mia incapacità in materia, però ho visto
tante foto d’amici, conoscenti ecc, e il livello qualitativo, a parte
qualche scatto che può essere ritenuto soltanto casuale, non sale
affatto sopra una risicata sufficienza. Da ciò se ne deduce che
per fare una buon’immagine non è sufficiente avere una macchina
fotografica, ma serve avere anche la capacità di scegliere l'obiettivo,
la messa a fuoco, il momento, l'inquadratura, la luce, il tipo di
pellicola, la lunghezza del tempo d'esposizione, la diaframmatura e la
distanza dall'oggetto, e/o soggetto, che s’intende fotografare.
Vedrete poi che due fotografi, in parità di tali requisiti, scatteranno
due foto diverse, e una vi piacerà più dell'altra. A questo punto c'è
di mezzo, naturalmente, il gusto personale, sia di chi fotografa sia di
chi si trova nelle condizioni di dover giudicare quelle due foto.
Anche chi registra dei
suoni concreti, allo stesso modo di chi fotografa, deve effettuare delle
scelte. Può utilizzare microfoni direzionali o ad ampio raggio, allo
stesso modo in cui si usano grandangoli e teleobiettivi, a seconda
dell'effetto e del tipo di registrazione che intende ottenere. Deve
scegliere la distanza e il momento in cui effettuare la ripresa sonora,
oppure può utilizzare dei sistemi per distorcere il suono allo stesso
modo in cui si può riprendere un’immagine distorta (con grandangolari
molto spinti come il fish-eye). Esistono poi tecniche
particolari, o estreme, e microfoni altrettanto particolari, come quelli
a contatto o quelli utilizzabili per riprese subacquee. Chris Watson, in
"Outside The Circle Of Fire", ha effettuato riprese
ravvicinate su ghepardi, leoni, elefanti, balene, iene, ecc. in un
lavoro che è, concettualmente, paragonabile ad un servizio di
macrofotografia (le spiegazioni sulle tecniche utilizzate sono
riportate, brano per brano, nelle note allegate al CD). In "Extract
From Field Recording Archive #2: The Air Vibration Inside A Hollow",
il giapponese Toshiya Tsunoda registra la vibrazione dell'aria
all'interno di strutture cave, quando sono sollecitate da fenomeni più
o meno naturali come possono essere il vento, la pioggia o il passaggio
di un aereo, e mi sembra evidente come un lavoro di questo tipo possa
essere invece paragonato alla microfotografia. Ancora diversa è
l’operazione che Francesco Michi ha fatto in "Sound
Reportage": lavorando con un magnetofono, a cui era stata tolta
la testina di cancellazione, e con un nastro inserito a loop ha fatto in
modo che eventi sonori verificatesi nello stesso ambiente in tempi
diversi venissero a trovarsi sovrapposti nella stessa registrazione. Un
sistema, questo, che possiamo paragonare a una foto con camera fissa e
tempi d’esposizione lunghissimi o, meglio, ad una semplice
sovrapposizione d’immagini nello stesso fotogramma. Gli esempi potrebbero
continuare, ma penso che possa bastare così. Anche dal punto di vista espressivo, come
per gli altri tipi di reportage, esistono variazioni sul tema pressoché
infinite. Possono essere rappresentate situazioni di bellezza
incontaminata (i "Rainforest Soundwalks"
dell'antropologo Steven Feld) o di degrado e abbandono (le porte degli
edifici disabitati che sbattono o il vento che 'suona' gli oggetti in
discarica su "Desert Winds: Six Windblown Sond Pieces And Other
Works" di Scott Smallwood). Altre volte si tratta semplicemente
di riportare situazioni sonore 'concrete', tipo diario, da un viaggio
come avviene nel recente "Rockets Of The Mekong" di
Quiet American.
Veniamo adesso alla
questione spinosa della manipolazione, creativa o meno, del suono
(o, nel caso della fotografia, dell'immagine). Tale manipolazione può
avvenire direttamente sulla fonte sonora, nel corso della ripresa o
nella successiva fase d’elaborazione. Il secondo caso lo abbiamo già
affrontato, dicendo delle varie tecniche utilizzate, e possiamo soltanto
aggiungere concetti come l'utilizzo dei sistemi d’amplificazione del
suono e/o dei computer. Rispetto al primo tipo di manipolazione,
invece, ci sono delle cose da precisare. Facciamo il solito esempio
della fotografia; durante un reportage fotografico sui templi buddisti
della Birmania il fotografo invita dei bonzi a passare con naturalezza
davanti al tempio e quindi scatta l'immagine. C'è manipolazione, ma è
intesa a rafforzare quell'immagine creando una situazione non
improbabile. Diverso sarebbe stato il caso di un monaco buddista
invitato a passare davanti ad una moschea tunisina (purché non
s’intenda cercare uno straniante effetto di contrasto). Quindi,
tornando a situazioni procurate come il sasso lanciato in acqua o
l'intervista, è logico che il loro utilizzo, come rafforzativo di un
certo tipo di documentazione sonora, può essere pertinente ad essa
senza stravolgerne il carattere di reportage. Diverso è il caso di
suoni alieni, come può essere un ruggito d’Orso Bianco in un
reportage dedicato al deserto del Sahara… chiaramente non può essere
preso sul serio come reportage e, al massimo, può essere considerato
alla stregua di paesaggistica sonora immaginaria (o, meglio,
fantastica). Però ci sono sempre dei distinguo, se lo scopo del
servizio è quello - un po' sadico, direi - di mostrare la reazione
dell'Orso Bianco ad un ambiente a lui ostile come il deserto, quello può
diventare un reportage. Tutto, come potete vedere, è sempre relativo. Allo stesso modo può essere considerato l'utilizzo di
qualsiasi suono alieno rispetto all'ambiente che viene ripreso, una
nenia di cornamusa sullo sfondo di suoni registrati in un ambiente
naturale scozzese potrebbe non alterarne il valore documentaristico, ma
i dischi dell’etichetta francese Ouïe-Dire Production, con i
musicisti che registrano in siti particolari, non sono assolutamente da
considerare come dei reportage su quei siti, anche perché, in quelle
circostanze, sono i suoni dell'ambiente a fare da rafforzativo al
musicista, che è il protagonista principale.
Veniamo adesso al
punto più controverso, quello delle manipolazioni successive alla
registrazione (fotografica o sonora). Esiste da tempo una polemica
su quale deve essere il tasso tollerabile di manomissione all'interno di
una foto, polemica scatenata dalla constatazione che, soprattutto con
l'informatizzazione dei processi di stampa dell’immagine, la
stragrande maggioranza delle foto pubblicate nelle riviste è largamente
ritoccata. Accade così che cataste d’immondizia scompaiono dalla
visuale di monumenti storici e spiagge (che vengono rese, in tal modo,
idilliache). Precisiamo che qualsiasi fotografia ha sempre subito
un'elaborazione in fase di stampa, ritocco sull'inquadratura,
bilanciamento su zone illuminate non omogeneamente, scelta
dell'annerimento, dei contrasti (anche utilizzando carte di tipo
diverso), ecc. Lo stesso discorso vale per la fase di missaggio dei
suoni. Da ciò a far scomparire, o apparire, elementi originariamente
inesistenti ce ne corre. Credo che la manipolazione possa essere
accettata finché serve a valorizzare, o rafforzare, quella data realtà
che vuol essere rappresentata senza stravolgerne l'essenza. Una delle
cose più belle che ho ascoltato in tal senso, è Hong Kong: City In
Between degli australiani Phillip Mar e Robert Iolini - sul doppio
CD d’autori vari "Soundscapes be)for(e 2000", si
tratta di un brano dove i field recordings del primo e le campionature /
manipolazioni del secondo creano un affascinante ritratto della città
asiatica. Un altro esempio in cui l'autore agisce a livello compositivo,
lasciando intatte le caratteristiche del reportage, è l'altrettanto
splendido "Portarit d'un glacier (Alpes 2173 m)" di
Lionel Marchetti. Perfino “Bestimmung New York” di Gal può
essere inteso come reportage sonoro, nonostante le artificiose
situazioni rappresentate e il corposo editing successivo, giacché
l’obiettivo, una specie d’indagine sulla pluralità d’idiomi
presente in una città come New York, viene perfettamente centrato,
seppur sia (volutamente) esposto in un modo che ricorda più il varietà
che la cronaca. Un approccio interessante è sicuramente quello di
Yannick Dauby, e anche del romano Giuseppe Verticchio, che commentano i
field recordings con il suono di strumenti etnici provenienti dallo
stesso habitat delle registrazioni.
Passiamo adesso ad un'altra questione piuttosto
spinosa: vale a dire la resistenza, da parte del pubblico,
nell'accettare questa forma espressiva.
Perché nei confronti
degli altri tipi di reportage c'è un atteggiamento diverso rispetto a
quello che c’è nei confronti del reportage sonoro? Perché, in linea
di massima, questo viene visto unicamente come elemento di supporto,
legato alla presenza d’immagini, statiche o dinamiche che siano, e/o
di soggetti narranti? Direi che a questo punto
entra in gioco l'atteggiamento che esiste nei confronti della musica in
generale, con particolare accanimento riguardo alla sperimentazione
sonora. Ho dei conoscenti che
apprezzano film stranissimi e leggono libri ancor più strani, ma di
fronte a un disco che va, anche leggermente, oltre ai Massive Attack
storcono immediatamente la bocca. Ho un amico che si diverte a fare
delle polaroid che manipola, in fase di sviluppo, dando luce, graffiando
la pellicola, ecc, ed è improponibile solo l’idea di fargli ascoltare
un disco più sperimentale di Moby. Perché?, è la mia domanda.
Altrettanto inevitabile è la scena muta che fa seguito alla mia
richiesta di chiarimenti. Non c’è un perché. O, più precisamente,
ce ne sono troppi, e così complessi da rendere difficile solo il
pensiero di dare una risposta.
Tutti comprendono le mie
ragioni, ma è più forte di loro, perché non esiste un atteggiamento
culturale - inteso in senso antropologico - nei confronti della musica
equivalente a quello che esiste nei confronti delle altre forme
espressive. Il mondo dei suoni è generalmente considerato di serie
B rispetto al cinema, al teatro, alla letteratura, alla pittura, alla
fotografia e anche ai fumetti. All'affermarsi di tale situazione hanno
contribuito certamente quei sistemi di circolazione della musica, dischi
radio autoradio walkman compact disc, che hanno reso possibile l'ascolto
della musica in ogni tipo d’ambiente esautorando, in parte, l'unico
vecchio sistema di diffusione che era quello dei concerti
(paradossalmente sono quegli stessi sistemi che hanno reso possibile il
reportage sonoro!?!!). Tale situazione non si è verificata per le altre
forme espressive, poiché il loro approccio, anche se soltanto
superficiale, richiede un tipo diverso di partecipazione. Solo i non
vedenti, prigionieri di una situazione che non gli permette nessun
contatto con le arti visive, sembrano avere un atteggiamento diverso nei
confronti della musica, tutti gli altri si comportano da sordomuti,
anche quando non lo sono.
Voglio descrivere un
episodio che è accaduto veramente, in mia presenza, e vi posso
assicurare che è privo di manomissioni (restando in tema si può dire
che è un fatto di cronaca e non una barzelletta). Lo voglio descrivere
perché credo che sia illuminante sulla mancanza di cultura che esiste
nei confronti della musica, e pure su quello che è, in linea di
massima, l'approccio nei suoi confronti: mi trovavo in un negozio di
dischi, quando è entrato un tipo che ha chiesto della 'musica da
camera', il negoziante gli ha proposto dei quartetti d'archi, della
musica per pianoforte, ecc, ma non c'era nulla che andasse bene perché,
quando è riuscito finalmente a spiegarsi, il tipo ha lasciato intendere
che per 'musica da camera' lui intendeva qualcosa da poter utilizzare
come sottofondo per trombare. Ecco dov'è il problema fondamentale, la
musica non è generalmente considerata come qualcosa da ascoltare ma
come qualcosa da utilizzare: per ballare, come sottofondo mentre fai
altre cose, in auto, come sottofondo per parlare, per fare sesso… È lo stesso atteggiamento che ci porta, al cospetto di un bel
posto, ad aguzzare la vista dicendo Guarda che bei colori…, oppure ad
aspirare profondamente per provarne gli odori e, infine, ad andare a
cercare un buon ristorante per gustarne i sapori. Quasi mai chiudiamo
gli occhi, ci tappiamo il naso, freniamo l’appetito, apriamo bene le
orecchie e ci fermiamo un attimo ad ascoltarne i suoni. Ovvero, lo
facciamo, ma solo quando la cosa ha una sua utilità: Dove ho messo il
cellulare? Me lo fai squillare che ascolto per vedere se lo trovo…
Questo è il problema reale.
È andato perso, spero
non definitivamente, il concetto che la musica, seppur possa essere
usata per secondi scopi, è soprattutto fatta per essere ascoltata… e
ascoltare la musica vuol dire una cosa ben precisa: mettersi seduti e
concentrarsi sul suo fluire, così come succede per la lettura o per il
cinema. Nessuno si sognerebbe mai di guardare un film, mentre sta
cucinando. Al di là da quelle che
possono sembrare solo pessime abitudini, c'è proprio una cultura che
vuole la musica come elemento secondario atto ad accompagnare immagini,
balletti, parole ecc. Devo osservare che gli stessi musicisti sono
spesso complici di tale (in)cultura, per esempio prestandosi
frequentemente a produrre suoni che accompagnano delle immagini senza
cercare di rovesciare la situazione, vale a dire senza mai, o molto
raramente, lavorare con creatori d’immagini che commentano visivamente
i loro suoni. Chiaramente ci sono delle eccezioni, Cellule d'intervento
Metamkine è la più evidente, e, volendo riportare l'attenzione sul
reportage, encomiabile è il lavoro di quanti operano indistintamente, e
in interconnessione, sia a livello di suono sia d'immagine (cito a
questo proposito Richard Lerman, un artista legato all'associazione Frog
Peak Music). Quella che vuole
relegare il reportage sonoro ad elemento di serie B, quindi, è una
concezione derivante da questa sottovalutazione della musica, che è poi
un elemento insito alla cultura contemporanea. È la stessa concezione
di chi vede nella musica solo un prodotto di consumo. In una simile
situazione quale può essere la considerazione per musiche che hanno
scarsissime possibilità, o almeno così si crede, d’utilizzo.
Chiaramente non può che essere prossima allo zero.
In conclusione vorrei
affrontare un altro aspetto legato al reportage sonoro, cioè quello
riguardante la cartolina sonora. Al momento si tratta di un fenomeno
occasionale, tranne il caso della Ouïe-Dire Production che produce
cartoline sonore con una certa costanza ormai da qualche anno,
solitamente legato a circostanze o eventi particolari. Eppure qualcosa
mi dice che l'utilizzo di cartoline sonore da parte dei musei cittadini,
dei parchi naturali e di altre istituzioni simili, e la loro vendita
presso tali strutture, potrebbe ottenere una discreta affermazione, che
naturalmente trainerebbe dietro di se tutto il settore del reportage
sonoro. Per quanto riguarda i
parchi naturali esistono poi possibilità a più ampio respiro, sulla
falsariga di lavori come "Bruits, sons, paroles et silences de
la forêt" di Bruno Moreigne, il quale ha trascorso un anno
nella foresta di Chabrière registrando in modo mirato elementi come
minerali, vegetali, animali, cielo, fuoco, ecc. Naturalmente serve
un’anima buona che abbia voglia di... o interesse a… o passione
per... intraprendere questa strada. Qui entra in gioco
l'importanza di una formazione culturale, in tal senso, anche da un
punto di vista scientifico e/o didattico: pensate quanto sarebbe
interessante, oggi, avere a disposizione la voce di un animale
scomparso, come il Dodo. Oppure conoscere, oltre a come si scrivevano,
anche come suonavano una certa lingua o un dialetto scomparsi. Inoltre
ci sono tutte le applicazioni, quasi illimitate, che il reportage sonoro
può avere in quei campi limitrofi di cui abbiamo detto all'inizio
(...).
Il lettore realmente interessato, in ogni modo, non avrà difficoltà a
rintracciare materiale a sufficienza, spulciando sia nelle discografie
dei nomi citati nell’articolo sia in quelle di altri, non difficili da
individuare, fra i quali voglio citare almeno Justin Bennett, Aki Onda,
Jason Kahn, Chantal Dumas, Douglas Quin e Mnortham.
Ringrazio, per l’aiuto
che mi hanno dato, Giovanni Antognozzi, Rinaldo Rinaldi ed Elio
Martusciello. Ringrazio anche
Francesco Michi per avermi, involontariamente, suggerito il titolo
dell'articolo (e chiedo scusa per lo scippo). Ringrazio, infine, un
lontanissimo parente francese, del quale non ricordo neppure il nome,
che durante la mia infanzia veniva a trascorrere le vacanze a casa mia
e, armato di un registratore, incideva su nastro tutti gli esseri capaci
di emettere un suono… soprattutto ‘les cochons’, che lo facevano
tanto ridere. Avevo rimosso quest’episodio, ma se oggi, ad anni di
distanza, torna così chiaro nella mia memoria vuol dire che,
probabilmente, ha influito in qualche modo sulla mia vita e sul mio
approccio all’ascolto dei suoni….
etero genio
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