Prayer for the Forest (2002)

I due artisti italiani danno alle stampe uno dei piu' bei dischi di ambient-ritual che ho mai ascoltato, dando note e ritmo alla parte piu' mistica e spirituale della nostra anima, alitando ritmi ancestrali nel nostro corpo, avvolgendoci in un rituale sonoro sospeso ai margini del tempo e dello spazio, aprendo uno sguardo su una terra inesistente se non nei nostri sogni piu' segreti... esagerato? Forse, almeno fin quando non si entra in contatto con questa musica, vero alimento emotivo. Alio Die (al secolo Stefano Musso) sono anni che nella mia personale scala di valori musicali, e' ai primi posti in quanto lo reputo uno dei piu' grandi autori di ambient, la sua ricerca musicale puo' essere considerata una vera e propria inesauribile esplorazione nel mondo dei suoni, lui ha travalicato da molto tempo l'angusto confine legato agli strumenti intesi come tali, la sua sensibilita' artistica lo porta a costruire drones infiniti anche in un sospiro...  Antonio Testa porta le sue pulsazioni etniche, sparse in ritmi antichi a dipanare rituali sognanti alle soglie dell'infinito.
Inutile parlare dei brani singolarmente, consiglio l'ascolto dall'inizio alla fine, semplicemente immergendovi in questo mondo vivo, palpitante, caldo ed avvolgente.  Memorie ancestrali sono sparse nel nostro DNA, questo bellissimo disco le riporta in vita...   Musica della luce, della memoria, di quello che siamo e che ricordiamo ogni volta che di notte alziamo gli occhi al cielo e vediamo l'immenso sentendoci parte di un unico uno, come questa musica che viene a noi dal piu' profondo del nostro spirito comune.

Carlo Camilloni / 21st Century Music # 5   Summer 2002

Ascolto, ascolto, ascolto. Una volta, due, dieci. Non riesco a capire perche' mi piaccia tanto questo CD: gli ingredienti sono sempre quelli, gli stessi con cui troppi altri artisti riscaldano da tempo sempre la solita zuppa ormai raffreddata e inacidita... un drone qui, rumori d'ambiente la': vento, acqua che scorre, richiami d'animali ignoti... e poi la solita ricetta, fin dai tempi dei corrieri cosmici: "Prima un po' di atmosfera, poi fa partire il ritmo (percussioni acustiche, come in questo caso, oppure sequencer, o un loop, basta che ci sia un tappeto ritmico ipnotico e ripetitivo) e condisci il tutto con qualche linea piu' o meno melodica, magari con un flauto purche' sia etnico". Quante centinaia di titoli negli ultimi anni non fanno altro che rimasticare questi bocconi? E quanti ne usciranno prima che qualcuno si decida a gridare che il re e' nudo?
Questo album parla lo stesso linguaggio dei suoi predecessori; l'unica trasgressione dal verbo sciamanico (ritual-ethno-ambient e via etichettando) e' "Walking through the camp", un ninnolo tropicale leggero leggero, disimpegnato come non mai. Eppure, ascolto il torrido, primordiale mistero di "African dream" o "Prayer for the forest" o la straniante, onirica "An active foggy pathway" e mi ritrovo ammaliato, ipnotizzato, colpito come e' ormai raro che mi succeda. Sara' forse perche' questo e' un disco fatto con il cuore. O forse il cuore ce lo metto io che non voglio rassegnarmi alla decadenza di un genere che sembra ormai aver detto tutto quello che poteva dire. Contemplo questa musica e vi scorgo echi di quando Jon Hassell studiava la teoria dei sogni in Malesia, di quando i Popol Vuh suonavano nel giardino del faraone o Eberhard Schoener giocava con il gamelan, a Bali. Ma queste sono favole antiche. Resto in attesa di quelle che verranno. Forse Alio Die e Antonio Testa ne hanno altre da raccontare.

Piero Manocchio / Deep Listenings

Antonio Testa e Stefano Musso danno vita alla loro glorificazione trance-ambient, facendo sbocciare da piogge smeralde questo iridescente album composto da 6 lunghissime tracce visionarie ed oniriche. Una vera e propria escursione psicologica e suggestiva, caratterizzata da continue fusioni di riverberi monsonici e aurore  amazzoniche, fotogrammi catturati e sviluppati con estrema cura descrittiva e precisione esecutiva. Le musiche sono scandite da percussioni attente e mutevoli, irradiate da synths vaporosi, arricchite da rumori e fruscii, flauti surreali, giochi d'acqua elettronici, loops intriganti. Vegetazioni viventi dominano le atmosfere sinuose di "African Dream", tra tribali percussioni e limpide tastiere in sospensione. Nell'immensa voliera naturale di "A mechanical dust sphere" osserviamo leggere bioevoluzioni, e nei dintorni crepitanti ritmiche. Fuochi su cascate introvabili sovrastano gli interni di "Ancestor's Breath", percussioni distanti ed invisibili rituali sgorgano dalle viscere della Foresta Pluviale. Voci indigene e scene di vita quotidiana all'interno della foresta, vengono rievocate in "Walking trough the camp", armonia e semplicitÓ catturano l'ascolto. Battiti tribali e progressive infiltrazioni siderali diffondono svariati incensi nel cuore di "Prayer for the forest", ogni percezione Ŕ stimolata sotto un'immensa cupola sonica dalle venature di clorofilla e dalle paradisiache piume. Chiude "An Active Foggy Pathway", ispirata da maculate percussioni e bagliori  cangianti, dispersi tra misteriose testimonianze lasciate nella roccia. Le aurali esalazioni del supremo spirito verde, forza moderatrice ed anima nutrice di tutti noi.

:twilight zone: