Under an Holy Ritual (1992)

Undici brani, registrati nei primi quattro mesi del 1992, nei quali la musica di Alio Die cambia leggermente direzione. Le atmosfere si fanno meno rarefatte e astratte, e propendono per progressioni più ipnotiche e rituali, spesso costituite da elementi sonori di diversa natura, stratificati su eteree basi di loops. E' la struttura evolutiva dei singoli brani che cambia leggermente di forma, ma in "Under an Holy Ritual" si ritrova intatta la caratteristica impronta musicale di Alio Die, così come abbiamo potuto conoscerla e apprezzarla sul suo precedente lavoro. Tra i frammenti da sogno che certo anche qui non mancano, desidero menzionare in particolare lo stupendo "Global Construction" con le sue atmosfere cangianti e suggestive,  le sonorità oscure e inquietanti di "The Secret of Shady Gorges", la tensione sottile di "Axis Mundi", le pulsazioni rituali e ipnotiche di "Invocation of the Source of Life"...     

Giuseppe Verticchio / Oltre il Suono

 

Ho scoperto Alio Die l'anno scorso. Una scoperta casuale, come gia' accaduto altre volte, uno dei tanti nomi che occhieggiano da quei cataloghi specializzati in sogni che i distributori mi propongono di continuo. Quel nome mi ha attirato con un potere arcano, per un disegno del destino a me sconosciuto. Avro' ascoltato il CD "Under an Holy Ritual" centinaia di volte, restando ogni volta sconcertato di fronte a tanta profondita', e traendone ogni volta emozioni e sensazioni differenti; l'ho proposto ai miei amici ed in radio, ottenendo reazioni estatiche (segno che la buona musica e veramente il linguaggio universale); e' diventato subito uno dei dischi piu' belli del 1992 e non esiterei a portarlo con me sull'isola deserta.

C'e' tutta la storia dell'umanita', in questi 45 minuti di sogno, perche' questa e' musica che sgorga dall'anima, viva nella sua apparente, enigmatica immobilita', scarna e spettrale, introspettiva e ritualistica, grondante spiritualita' e ad un passo dal diventare preghiera solitaria. Una preghiera antichissima. immaginatela suonata al calar della sera, a basso volume, a disegnare arabeschi nell'oscurita' subentrante. Stati d'animo contrastanti sono lo specchio dei suoni ciclici e ipnotici delle elettroniche, mentre il tocco etnico delle percussioni infonde la vita.
Alio Die esplora la zona di confine tra luce ed ombra, tra sogno e realta', i labirinti del soprannaturale, le meraviglie del possibile.

Vibrazioni profonde salgono al cielo per un rituale primitivo e liberatorio, mentre il musicista-sacerdote dialoga col cuore e con la mente, alla guida di una straordinaria fabbrica di suoni; si resta rapiti dalla risacca delle onde sonore,dalla musica dell'acqua, dai sibili alchemici dispersi nelle piaghe del silenzio. Cupo e visionario, sotterraneo e nebbioso, rarefatto e medievale, questo disco e' un punto di riferimento nell'evoluzione della musica rituale.

 

Gianluigi Gasparetti / Deep Listening

 

 

 

Se la tradizione rumoristico-sperimentale italiana degli anni '80 si fa forte di un discreto numero di nomi, rispettato e seguito anche al di fuori degli italici confini, era qualche tempo che latitavano progetti emergenti che avessero spessore sufficiente per affiancarsi a quegli ideali predecessori; Alio Die soddisfa integralmente tale aspettativa. Stefano Musso, titolare unico di Alio Die, con "Under an Holy Ritual", pubblicato dalla sua Hic Sunt Leones, gravita in quell'area di confine tra ambient storica e scuola industriale che per fare un riferimento, ha trovato una delle sue piu' alte sintesi nei Nocturnal Emissions di Nygel Ayers; in Alio Die turbe naturalistiche si insinuano in scenari ostinatamente collocabili solo negli ambiti della psiche, con cadenze inevitabilmente ipnotiche e votate alla trance. 
Il compact e' complessivamente ottimo, rigoroso e magistralmente orientato verso una oscurita' tutta cerebrale che non manca assolutamente, pero', di sollevare suggestioni di pura emotivita'.

Paolo Bertoni / Ciao 2001

Dietro a questo titolo un po' sibillino si nasconde un musicista italiano di nome Stefano Musso, creatore per altro dell'etichetta Hic Sunt Leones. Grande manipolatore di campionature, Musso ci offre qui una serie di ambientazioni insolite, belle, la cui singolarità risiede tanto nelle insolite sonorità utilizzate che nei loro incroci improbabili e nei loro sviluppi per trasformazioni progressive. Procedendo con l'impregnare lo spazio sonoro, le composizioni testimoniano una vita interiore intensa, che anima e colora ulteriori decori, tramite luce indiretta. Ne' industriale, ne' new age, ne' cupa ne' beata, questa musica fluttua, ispirata, in mondi sottili e lontani. Con le sue dorature opache, la copertina riflette il contenuto, e fa dell'insieme un oggetto musicale di alto tenore.

Bruno Heuzé (Paris) / Keyboards Magazine